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In esilio dalla giovinezza e da una lingua

di Gabriella Sica co-fondatrice del Premio

Sono venuta a Procida la prima volta quand’ero una ventenne, nell’estate del 1972, invitata da un ospitale e affettuoso Elio Pagliarani che, su suggerimento di Toti Scialoia, aveva affittato una bellissima casetta con un magnifico giardino lungo la strada principale che era allora quieta e all’ombra dei limoni. Ospite nella sua casa c’era Jean Charles Vegliante, io ero andata in un albergo di nuova costruzione che era di fronte. Era lontano allora il mito di Elsa Morante, anche se si aggiunse alla compagnia un altro amico che l’anno successivo, dunque nel ’73, avrebbe pubblicato un romanzo intitolato Procida ma che poco aveva a che fare con l’isola e molto con quello spirito antimorantiano che già soffiava e molto di più e ancora sarebbe soffiato lungo gli anni Settanta e oltre. La piccola storia dei miei rapporti con Procida è un po’ significativa della diversa ricezione negli anni di Elsa.
Credo di esserci tornata qualche volta ma solo nel 1980 ci tornai in pianta stabile per almeno dieci anni. Procida divenne il mio rifugio nei miei anni trasteverini, l’approdo marino che sempre inseguo, l’eremo da cui defilarmi dal mondo e da ogni appartenenza. Potevo venire e disporre di un monolocale sul porto. Non ci si sentiva certo soli sul molo, aspettavo le barche dei pescatori che approdavano proprio davanti casa nel primo pomeriggio, passeggiavo per le strade segrete e stracolme di odori di Procida, spesso da sola ma ho anche invitato a venire molti amici, giovani poeti e scrittori perché allora, e un po’ forse ancora oggi, nessuno conosceva Procida, nessuno c’era mai stato. Era ancora selvatica, come ai tempi di Elsa, anzi se già rumorosa. Domenico Ambrosino, detto Kiodo, era davvero un chiodo fisso di Procida, sempre allegro portava la sua memorabile insalata di limoni che solo a Procida almeno un tempo si faceva. Un giorno, era appena scomparsa la Morante, nel novembre del 1985, Domenico mi disse:“Perché non facciamo un premio dedicato a lei?”. Io che non ho mai amato i premi e ho sempre evitato di farne parte se non per ragioni affettive particolari, non più di tre volte mi pare, rimasi piuttosto perplessa ma presto mi feci trascinare dalla sua prorompente energia. E pochi mesi dopo ci fu la prima edizione del Premio “Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante”. Domenico l’aveva detto e insieme l’abbiamo fatto, ognuno per la propria parte, come capita quando tutto scorre dolcemente. Il rebus della giuria avevo provato a scioglierlo per come potevo, dato il riottoso gruppo di amici della Morante (e allora un po’ anche miei), e con il mio spirito morbido e libero. Ci sono stati almeno cinque anni in cui alcune persone hanno partecipato alla bellezza e alla libertà di questo evento. Voglio ricordare qui con affetto due cari amici e scrittori immensi che non ci sono più e che furono sempre presenti e davvero amici di Procida, Paolo Volponi e Dario Bellezza, e aggiungo Walter Pedullà, che era stato il mio professore ai tempi dell’università e che con il suo elegante inimitabile stile e umanità è sempre stato vicino all’isola e al lavoro per il Premio.
Come non ricordare quelle prime e memorabili edizioni del premio, in cui si stava nel meraviglioso albergo Eldorado, lussureggiante di colori, di limoni e di voliere abitate da tortore e pappagalli che ci frastornavano con i loro versi. E io ho continuato a fare quello che già facevo da qualche anno: invitare gli amici a Procida. Una delle scelte personali che a distanza di tempo mi pare abbia avuto un senso è stata quella di assegnare il Premio a scrittori di un’altra generazione, penso a Lalla Romano, a Anna Maria Ortese e a Mario Luzi e nello stesso tempo di assegnare un Premio per le opere prime, e così tanti che oggi sono sulla scena letteraria hanno avuto quel premio.
Quella stagione è finita e, come spesso accade, la bella stagione è finita con un trauma. E il principale trauma è quello dell’esilio, dell’andarsene da un luogo perché esiliati, dalla carestia economica o magari affettiva, come capitò ad Arturo e in quegli anni anche a me da Procida. Era il trauma di un’Italia lacerata dalla politica pervasiva. E per me ci sono state ragioni personali, come l’ulteriore ferita di essere in un certo senso privata non solo di una terra amata ma anche della lingua napoletana che era la lingua di mio padre e che da allora non mi capita di ascoltare.
Poiché l’esilio è un trauma ma al contempo anche un’occasione di crescita, da allora il mio approdo marino è felicemente cambiato, spostato in un paese a nord di Roma, dove posso sempre disporre di una casa sul porto e che somiglia molto a Procida, dove circolano perfino cognomi tipo Costagliola, Scotto e simili. Ho faticato non poco ad apprezzare la bellezza di questo nuovo paese dove vado ormai da molti anni, perché le case sul mare non sono colorate come a Procida e perché i pescatori che pure arrivano sotto casa non lo fanno in modo allegro e tra la gente, ma quasi segretamente. Quel bel tempo è volato via, perfino l’Eldorado, che è stato un vero paradiso, ha chiuso i battenti.
Ma arriva sempre il nuovo, la vita rinasce sempre e si trasforma. Ora c’è una nuova amministrazione a gestire il Premio, a cui rivolgo tutti i miei più sentiti saluti e auguri, che estendo con simpatia ai nuovi giurati e ai tanti procidani che ancora si ricordano di me. Immagino, e non so se sbaglio, che alcuni nuovi giurati non siano mai stati a Procida. Forse l’Italia, e dunque Procida, è un po’ più caotica e litigiosa, ma voglio immaginare che qualcosa della bellezza impressa nella magnifica natura e nella generosità dei suoi abitanti, che Elsa Morante aveva percepito qui a Procida, sia ancora viva nella sua cangiante e perenne metamorfosi e possa davvero toccarvi.
Procida e i libri di Elsa Morante, “grande madre del Novecento”, sono sempre nel mio cuore.