1. Giardini di Elsa

 

Introduzione dell’itinerario.

2. Callia

«Le isole del nostro arcipelago, laggiù, sul mare napoletano, sono tutte belle. Le loro terre sono per grande parte di origine vulcanica; e, specialmente in vicinanza degli antichi crateri, vi nascono migliaia di fiori spontanei, di cui non rividi mai più i simili sul continente. In primavera, le colline si coprono di ginestre: riconosci il loro odore selvatico e carezzevole, appena ti avvicini ai nostri porti, viaggiando sul mare nel mese di giugno. Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre. Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada. Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua. […] Spesso, nei libri, le case delle antiche città feudali, raggruppate e sparse per la valle e sui fianchi della collina, tutte in vista del castello che le domina dalla vetta più alta, sono paragonate a un gregge intorno al pastore. Così, anche a Procida, le case, da quelle numerose e fitte giù al porto, a quelle più rade su per le colline, fino ai casali isolati della campagna, appaiono, da lontano, proprio simili a un gregge sparso ai piedi del castello. Questo si leva sulla collina più alta, (la quale fra le altre collinette, sembra una montagna); e, allargato da costruzioni sovrapposte e aggiunte attraverso i secoli, ha acquistato la mole d’una cittadella gigantesca. Alle navi che passano al largo, soprattutto la notte, non appare, di Procida, che questa mole oscura, per cui la nostra isola sembra una fortezza in mezzo al mare. Da circa duecento anni, il castello è adibito a penitenziario: uno dei più vasti, credo, di tutta la nazione. Per molta gente, che vive lontano, il nome della mia isola significa il nome d’un carcere. Sul lato di ponente che guarda il mare, la mia casa è in vista del castello; ma a una distanza di parecchie centinaia di metri in linea d’aria, al di là di numerosi piccoli golfi da cui, la notte, si staccano le barche dei pescatori con le lampare accese. La lontananza non lascia distinguere le inferriate delle finestruole, né il via-vai dei secondini intorno alle mura; così che, soprattutto l’inverno, quando l’aria è brumosa e le nubi in cammino gli passano davanti, il penitenziario potrebbe sembrare un maniero abbandonato, come se ne trovano in tante città antiche. Una rovina fantastica, abitata solo dai serpi, dai gufi e dalle rondini. […] La cittadella del Penitenziario mi sembrava una specie di feudo lugubre e sacro: dunque vietato; e non ricordo mai, per tutta la mia infanzia e fanciullezza, di esservi entrato da solo. Certe volte, quasi affascinato, iniziavo la salita che conduce lassù, e poi, appena vedevo apparire quelle porte, fuggivo. Durante le passeggiate con mio padre, ricordo di avere, in quei tempi, forse una volta o due, oltrepassato insieme a lui le porte della cittadella, e percorso i suoi quartieri solitari. E nel ricordo della mia infanzia, queste rare escursioni sono rimaste come le traversate d’una regione assai lontana dalla mia isola. Al seguito di mio padre, io sogguardavo, dal largo stradale deserto, verso quelle finestre a bocca di lupo, intravvedevo, dietro una grata dell’infermeria, il luttuoso colore bianco d’una divisa di condannato… e subito ne ritorcevo lo sguardo. La curiosità, o anche solo l’interesse, delle persone libere e felici mi pareva insultante per i prigionieri. Il sole, su quelle strade, mi pareva un’offesa, e i galletti che cantavano sui terrazzi delle casupole, le palombe che tubavano lungo i cornicioni, mi irritavano, lassù, per la loro indiscreta petulanza. Solo la libertà di mio padre non mi sembrava offensiva, ma, al contrario, rassicurante, come una certezza di felicità, l’unica, su quella altura triste».

3. Piazza dei Martiri

« S’era giunti, ormai, alla fine di settembre. Un giorno, m’attardai tanto in altomare con la mia barca, […] quando sbarcai a terra, giudicai, dalla posizione del sole, che dovevano essere circa le quattro del pomeriggio; e infatti, udii di lì a poco, dal campanile, suonare le quattro e un quarto. […] Dopo aver tirato in secco la barca, trassi di sotto la solita roccia, dove sempre li lasciavo al mattino, la mia maglietta sbrindellata e le scarpe di corda; e incominciai a inerpicarmi, senza una meta precisa, per certe scorciatoie campestri che conducevano fin dentro il paese. Le ombre dei tronchi e degli steli erano già lunghissime, e i colori già smorzati e freschi. Due mesi fa, alla stessa ora del pomeriggio, l’isola era ancora tutta un incendio. Le giornate s’erano accorciate molto, da allora. Fra poco, l’estate era finita. Sebbene in modo vago, io, per la verità, sempre, in quei mesi, m’ero posto la fine della presente estate come termine ultimo del mio soggiorno a Procida. Ma pensando estate, io vedevo allora, nella mia mente, una stagione indistinta e senza limite, pari a un’esistenza intera! Mi lusingavo nella confusa fiducia che questa tale estate, così come avrebbe maturato l’uva, le ulive e le altre frutta dei giardini, dovesse, in qualche modo, maturare anche le acerbità della mia sorte, risolvendo i miei dolori in una grande spiegazione consolante. Arrivare, invece, alla fine, coi miei dolori rimasti acerbi: ecco il presagio a cui non potevo credere, e che tuttavia avvertivo nella luce, e nei soffi delicati dell’aria, come un saluto ambiguo e agghiacciante. Domanda senza risposta, voleva dire, tradotto in parole, quel saluto: e niente, nessuno mi diceva altra parola; neppure gli occhi di N. ch’erano così belli e materni, e per me solo si facevano di pietra! Portato dalla mia mente distratta, mi ritrovai lungo la ripida salita dei Due Mori, che finisce sulla Piazzetta del Monumento. La Piazzetta, limitata a ponente, in vista della marina, da una semplice balaustra, splendeva, a quell’ora, di un’accensione calma e stupenda, fra il colore rosa arancione dei suoi muri e il grande riflesso d’oro dell’acqua. Ho parlato diverse volte di questa bella piazzetta, ma forse non ho ancora detto che, da essa, partivano, in tutto, quattro vie. Una era, appunto, la scarpata dei Due Mori. Un’altra, era quella, da noi tante volte percorsa in carrozza, che scendeva verso la contrada del Porto; e che poi, dal lato opposto della piazza, continuava, cambiando nome, nella mia famosa straducola fra i giardini. L’ultima, infine, la più ampia, ben lastricata, sul lato di ponente, si snodava, come un tortuoso belvedere, verso l’altezza della rocca. La medesima balaustra della piazzetta proseguiva lungo il suo fianco esterno; lasciandola, così, in quell’ora, aperta anch’essa, come la piazzetta, al sole pieno, che la accendeva di un rosa arancione meraviglioso. La Terra Murata. Questa era l’unica via dell’isola che conduceva alla porta della Terra Murata (così il popolo, in ricordo delle antiche fortificazioni, chiama la contrada del Penitenziario). Era di qua che passava la camionetta recante i nuovi prigionieri su dal porto. E non so più da quanto tempo io non passavo per questa via, che oramai, per me, era come scancellata dall’isola. Ma, quel giorno, la scelsi d’istinto, senza molta esitazione né meraviglia: avvertendo solo un rapido batticuore, come se, con l’infrangere il mio divieto, compiessi un atto temerario, pieno di solennità. La lunga striscia della strada, fino all’ultima svolta visibile, era deserta; e mi dava un senso di riposo salire per quella calma incantata, che pareva quasi offrirmi un rifugio nella sua orrenda malinconia. L’isola, che stendeva, in basso, la sua forma di delfino, fra i giochi delle spume, coi fumi delle sue casette e il brusio delle voci, mi appariva lontanissima, e non più maliosa per me, che cercavo malìe più severe! Io m’inoltravo in una zona fuori dell’anno, dove la fine dell’estate non portava né speranza né addii. Lassù nei tragici palazzi della Terra Murata, durava sempre un’unica stagione disperata e matura, divisa dal mondo delle madri, in una devastazione superba. Verso il sommo della salita, a sinistra, opposti alla balaustra, incominciavano i primi fabbricati del Penitenziario, con le abitazioni degli addetti, gli uffici e le infermerie. Al termine, la salita si slargava in una terrazza, che offriva su due lati la vista del mare aperto all’infinito, di una freschezza celeste. Qua sorgeva la gigantesca porta della Terra Murata, con la sua profonda volta di pietra, e le garitte per le sentinelle scavate nei pilastri. Davanti a una delle garitte, passeggiava sempre una sentinella armata; la quale, però, non interdiceva l’ingresso ai liberi passeggeri, perché, al di là della porta, oltre alla città delle prigioni, esisteva un borgo popoloso, con chiese antiche e conventi. Come giunsi alla terrazza, vidi a pochi metri da me, mio padre, che, mezzo seduto sulla balaustra, con le spalle rivolte alla veduta, in una specie di apatia fantasticante si lasciava spettinare i capelli dalla brezza ponentina. Mi arrestai, trasalendo, allo scorgerlo; ma egli non si accorse di me. Il suo volto, angoloso per la magrezza, sembrava, contro la luminosità del sole al declino, quasi un volto adolescente fra l’ombratura della barba trascurata che diventava simile a una lanugine d’oro. Di lì a poco egli si mosse, nel suo vestito di tela azzurro stinto, sbottonato sul petto bianco, e qua e là sventolante all’aria; e s’internò sotto l’arcata della porta. Allora, anch’io, prendendo un passo strascicato per mantenermi distaccato da lui, mi 196 avviai nella stessa direzione. Mi pareva, ormai, d’aver saputo già da prima che ero venuto qui per spiarlo. E avvertivo che forse fin dall’inizio dell’estate m’ero preparato a seguire, una volta o l’altra, le tracce del suo mistero» .

4. Santa Margherita

«Di sotto il passaggio a volta della porta, lugubre corridoio affrescato sull’intonaco, dall’alto in basso, di croci d’un nero polveroso, si usciva sulla Piazza Centrale della Terra Murata, che per l’immensità sembrava un piazzale di metropoli, ma era sempre stranamente deserta. A sinistra di questa piazza, in fondo a un ripido valloncello lastricato, un cancello sbarrava l’accesso a una vasta corte gialla e nuda, in cui si levavano enormi fabbricati rettangolari. Sul cancello si leggeva la scritta Casa di pena intorno a un rilievo colorato di Santa Maria della Pietà. Quella era l’entrata del Penitenziario. Da quel punto, attraverso certe fabbriche basse protette da muraglie, la collina delle prigioni saliva, dietro alla Piazza Centrale, fino al Castello antico che si vedeva torreggiare, a destra, al di là del piccolo borgo ammucchiato ai suoi piedi. Durante un secondo, io, col cuore sospeso, m’aspettai di veder mio padre avviarsi sicuro giù per il valloncello, e subito scomparire, come per miracolo, ai miei sguardi, dietro quel cancello proibito. Ma invece egli prese a destra; e costeggiando la piazza si avviò verso la zona alta della Terra, dove, su per gli scaglioni dell’antica rocca, in un labirinto di incroci, di salite e di discese, si accumulano da secoli le casupole del borgo. […] Come imboccai la Via del Borgo, la macchia azzurra del vestito di mio padre, che mi precedeva di pochi metri, era già stata inghiottita dalle tenebre. Da principio, tuttavia, seguitai a distinguere innanzi a me, per quanto smorzato sul terreno polveroso, il rumore dei suoi zoccoli di legno, che riecheggiava appena sotto la volta; poi più niente. […] Oramai, avevo quasi rinunciato a proseguire la mia caccia. E avanzavo soltanto per inerzia, senza un’intenzione precisa. Il Palazzo. Dalla parete spaccata del Canalone, attraverso mucchi di pietrame e di ruderi, si saliva a un terreno abbandonato detto il Guarracino che correva alle spalle del borgo, lungo l’orlo estremo della Terra Murata a picco sulle più alte scogliere dell’isola. Il Guarracino era sbarrato, in fondo, dall’immenso palazzo del Castello antico; e nell’ultimo tratto era costituito da un monte di casupole distrutte (credo, fin dal tempo dei corsari turchi), scoperchiate e sepolte in gran parte sotto cumuli di terra. Questa montagnola di rovine era separata dal Castello, eretto quasi a filo delle rocce là di contro, da un burrone naturale, invalicabile, col fondo sparso d’immondezze e di sassi; e a destra, fra boschetti scoscesi di rovi e di sterpaglia, digradava verso il precipizio del mare. Là sotto stava la Punta Nord dell’isola, quella che, durante la passata stagione, io sempre avevo scostato come fosse uno spettro, ogni volta che dovevo incrociare questo mare con la mia barca. Adesso, si udiva là sotto il mare, succhiato dalle scanalature della scogliera, che scrosciava ogni momento con un piccolo strepito; e fuori di questo, non s’udiva, nelle vicinanze, nessun altro rumore. Il Guarracino era tutto deserto; e nell’inerpicarmi su quella montagnola rognosa e sconvolta, io mi sentii prendere da una tristezza sconsolata. […] Fra i resti affioranti di quelle casupole sepolte, si ergeva ancora qua e là, avanzo di costruzioni più elevate, qualche tratto di parete, alta sui due o tre metri, con riquadri smozzicati al posto delle antiche finestre. Inaspettatamente, al piede d’uno di quei muri, scorsi i sandali di legno di mio padre. Indietreggiai, e mi nascosi rapido dietro il muro: d’un tratto, dopo aver tanto cercato W. G., ebbi paura di vederlo, sia pure senza esser veduto da lui. E rimasi sospeso, col cuore in tumulto, senza più avventurarmi fuori dal mio nascondiglio. […] Il palazzo del Castello, da quel lato della montagnola, non aveva né finestre né porte: nient’altro che gigantesche muraglie cieche, rinforzate da pilastri, contrafforti e arcate cieche. Tale che somigliava quasi a una mole di rocce naturali, più che a un qualsiasi luogo umano. Solo su un’ala avanzata a semicerchio, che sporgeva a picco sul mare, si lasciavano vedere, qui da terra, poche finestruole a bocca di lupo; ma da quelle finestruole non s’avvertiva nessun suono e nessun movimento. Come se i personaggi in tetra divisa bianca, che abitavano il Palazzo, giacessero in letargo, rintanati fra quelle mura. A meno di non avere le ali, era impossibile, da questa parte della Terra Murata, raggiungere le stanze del Palazzo. E nel silenzio abbandonato che durava d’intorno a me, mi si riaffacciarono ogni sorta di visioni fantastiche riguardo a W. G. Scalate, passaggi segreti, raggiri leggendari, o forse, anche, la morte. Mi rappresentai lui che, deposti i suoi zoccoli di legno, precipitava sfracellandosi giù per la scogliera: e mi parve che, oramai, non m’importasse più niente pure se era morto. Ch’egli fosse morto o vivo, vicino o lontano, m’era diventato indifferente. Bramai d’un tratto d’esser già partito dall’isola, fra gente forestiera, senza ritorno; e decisi che in avvenire a tutti i nuovi conoscenti che incontravo avrei fatto credere d’essere un trovatello, senza padre né madre né parentela. Abbandonato in fasce su una gradinata, e cresciuto in un Brefotrofio, o qualcosa di simile. Sbadigliai, per insultare l’ombra invisibile di W. G. Ma, snervato, rimasi là, senza sapere che cosa aspettassi. Il sole era quasi del tutto sparito a mare, non so quanti minuti fossero trascorsi; allorché udii lui, poco lontano, che cantava» .

5. La casa dei Guaglioni

«La mia casa sorge, unica costruzione, sull’alto di un monticello ripido, in mezzo a un terreno incolto e sparso di sassolini di lava. La facciata guarda verso il paese, e da questa parte il fianco del monticello è rafforzato da una vecchia muraglia fatta di pezzi di roccia; qua abita la lucertola turchina (che non si può incontrare altrove, in nessun altro luogo del mondo). A destra, una scalinata di sassi e terra scende verso il piano carrozzabile. Dietro la casa, si stende una larga spianata, giù dalla quale il terreno diventa scosceso e impervio. E attraverso una lunga frana si arriva a una spiaggetta in forma di triangolo, dalla sabbia nera. Non esiste nessun sentiero che porti a quella spiaggia; ma, a piedi nudi, è facile scendere a precipizio fra i sassi. Laggiù era attraccata una sola barca: era la mia, si chiamava Torpediniera delle Antille. La mia casa non dista molto da una piazzetta quasi cittadina (ricca, fra l’altro, di un monumento di marmo), e dalle fitte abitazioni del paese. Ma, nella mia memoria, è divenuta un luogo isolato, intorno a cui la solitudine fa uno spazio enorme. Essa è là, malefica e meravigliosa, come un ragno d’oro che ha tessuto la sua tela iridescente sopra tutta l’isola. È un palazzo di due piani, oltre alle cantine e al solaio (a Procida, le case di una ventina di stanze, che a Napoli sembrerebbero piccole, si chiamano palazzi), e, come per gran parte dell’abitato di Procida, che è paese molto antico, la sua costruzione rimonta ad almeno tre secoli fa. È di un colore rosa stinto, di forma quadrata, rozza e costruita senza eleganza; e sembrerebbe un grosso casale di campagna se non fosse il maestoso portone centrale, e le inferriate ricurve, di uno stile barocco, che proteggono tutte le finestre all’esterno. L’unico ornamento della facciata sono due balconcini di ferro, sospesi ai lati del portone, davanti a due finestre cieche. Questi balconcini, e così pure le inferriate, un tempo furono verniciati di bianco, ma adesso sono tutti macchiati e corrosi dalla ruggine. Su un battente del portone centrale è intagliata una porticina più piccola, ed è questa il nostro passaggio usuale per entrare in casa: i due battenti invece non vengono mai aperti, e le enormi serrature che li inchiavardano dall’interno sono diventate delle macchine inservibili, per la ruggine che le consuma. Attraverso la porticina si entra in un atrio lungo, pavimentato di lavagna e senza finestre, in fondo al quale, secondo lo stile dei palazzi a Procida, si apre un cancello che dà su un giardino interno. Questo cancello è guardato da due statue di terracotta dipinta, ma assai scolorata, raffiguranti due personaggi in cappuccio, che non si capisce se siano frati, o saraceni. E al di là del cancello, il giardino, chiuso fra le mura della casa come una corte, appare un trionfo di verzure selvagge. Là, sotto il bel carrubo siciliano, è sepolta la mia cagna Immacolatella. Dal tetto della casa, si può vedere la figura distesa dell’isola, che somiglia a un delfino; i suoi piccoli golfi, il Penitenziario, e, non molto lontano, sul mare, la forma azzurro-purpurea dell’isola d’Ischia. Ombre argentate d’isole più lontane. E, a notte, il firmamento, dove cammina Boote, con la sua stella Arturo. Per oltre due secoli, dal giorno della sua costruzione, la casa era stata un convento di frati: questo fatto è comune, da noi, e non ha niente di romanzesco. Procida fu sempre un paese di poveri pescatori e contadini, e i suoi rari palazzi erano tutti, inevitabilmente, o conventi, o chiese, o fortezze, o prigioni» .