Romanzo composto da una sequenza di tre storie intrecciate, Il fruscio dell’erba selvaggia (il titolo è un verso di Evtushenko) tesse i destini di personaggi che vivono un’esistenza in cui innocenza e crimine, onore e vergogna si rovesciano continuamente, come guanti di cui è impossibile distinguere dritto e rovescio. Nella prima storia, intitolata Nero 1, il suicidio dell’amato zio – un uomo che, dopo aver abbandonato moglie e figli, viveva ai margini della legge nel quartiere della Bovisa degli anni Sessanta – turba al tal punto il narratore, un giovane seminarista, da spingerlo a indagare sulla sua vita. La scoperta di un insospettabile alter-ego dello zio lo segnerà profondamente. Nella seconda storia, Nero 2, la scena si sposta in un ospedale degli anni Novanta in cui un ragazzo, in attesa di un’operazione chirurgica, fraternizza con un uomo cui dovranno amputare un dito. Nella camera condivisa insieme, l’uomo gli racconta l’intera sua vita di orfano cresciuto dai frati e di criminale finito in prigione. Nella terza storia, Nero 3, in cui le vicende narrate giungono nel romanzo al loro epilogo, ritroviamo l’uomo del secondo racconto quando anni prima, ventenne, viveva nel convento dove spiccava la figura di un frate che aveva tentato di sottrarlo alla galera e, dopo un gesto di inaspettata violenza, era sparito nel nulla. Con una scrittura capace di farsi concitata nei momenti di tensione, e lirica e poetica in quelli di introspezione psicologica, Il fruscio dell’erba selvaggia offre una galleria di personaggi indimenticabili – le ambigue figure dello zio e del frate e quella del giovane segnato da un destino inaggirabile di violenza ed emarginazione – in cui la vita si offre nell’assoluta contingenza delle scelte e nell’irrisolvibilità del suo mistero.